Ho letto alcuni libri che hanno fatto vacillare i miei sani pregiudizi progressisti. Pregiudizi riguardanti la possibilità, presente ormai e non più futura, che bianchi e neri we shall overcome. Insomma, pensavo che I have a dream fosse finalmente diventato realtà.
Invece...
Questo sano ragazzone americano (concordo con Berlusconi: piuttosto abbronzato) ci ha fatto prendere una sbronza colossale di ottimismo: il presidente del Paese più potente del mondo è nero, WOW – (tra l'altro, un bel sorpasso sulla via del progresso alla progressista chiesa cattolica che continua ad eleggere papi europei e anche piuttosto palliducci...)
Tutto è possibile: yes, we can!
E siccome sa qual è il suo elettorato di riferimento (e magari – yes, I hope – ha anche un'etica politica, oltre che un vissuto personale, un po' diversa da quelli che l'hanno preceduto), si accinge a fare Robin Hood (altro che i 3monti nostrani!) e – pare – ruberà ai ricchi per assicurare l'assistenza sanitaria ai poveri.
Però...
Leggo “Il mambo degli orsi” e “Chicago” e mi prendo due bei cazzottoni nello stomaco: vedi alla voce “integrazione tra bianchi e neri”. I libri sono recenti (1996 il primo, 2006 il secondo) e raccontano negli USA di una tensione sociale terribile. Il primo, in particolare, è agghiacciante: non riuscivo a credere a quello che leggevo, un odio spietato e violento indirizzato solo al colore della pelle. Nel secondo, l'autore azzarda anche un'ipotesi psico-sociologica: negrophobia, atavica avversione dei bianchi a convivere con i neri.
E allora...
Com'è che Barack Hussein Obama, afroamericano, è riuscito a diventare presidente degli USA, proprio lui che ha studiato e lavorato nella negrofoba Chicago?
Mi sa che ben lungi dall'essere un traguardo, questo è solo – forse, I hope – l'inizio del viaggio.
YES, WE TRY!